martedì 17 novembre 2009

Fotoritocco e "Purismo"

Richard Avedon - Istruzioni allo Stampatore
English readers please go here.
Quante volte vi sarete sentiti dire dal fotoamatore di turno "ah ma oggi, tutte le foto sono manipolate con Photoshop, le foto devono essere come escono dalla macchina, perché sennò non rappresentano la realtà, sono false, eccetera (inserite qui la frase mistico-filosofica che preferite)."

In realtà se c'è una cosa che odio, come tutti gli assoluti, è il "purismo" fotografico: l'immagine accanto è una controprova di quanto non abbia in realtà alcuna base né storica né artistica e grandi fotografi del passato, come Richard Avedon in questo caso dove dà al suo stampatore le correzioni che vuole rispetto alla pellicola, hanno sempre manipolato le loro foto per riuscire a perseguire l'idea che avevano in mente.

Tutto, dalla macchina fotografica, all'obiettivo fino ai programmi software di elaborazione immagini sono solo strumenti. È l'idea che conta: se quella fa schifo non c'è strumento o manipolazione che la può salvare.

Referenze:
CONSTANT SIEGE

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11 commenti :

Ciboulette ha detto...

ora sono molto curiosa di sapere quali strumenti avessero gli stampatori per correggere le foto, mi sembra incredibile, cioè, non lo immaginavo affatto prima di leggere il tuo post. Sull'importanza dell'idea sono prefettamente d'accordo, quando vedo una foto che mi emoziona non sto a chiedermi se sia modificata o no.

Margherita ha detto...

Concordo pienamente! La cosa che mi fa più riflettere di certe affermazioni è che spesso vengono fatte da chi certi strumenti non li conosce o non li sa usare.

eli ha detto...

Ricordo le fotografie che si facevano fare le nostre mamme e le nonne al compimento del 18° anno: Su quelle fotografie sono bellissime, sembrano attrici, la pelle del viso perfetta, lo sguardo languido...
Mia mamma ridacchiando mi diceva "Non ero mica così perfetta, il fotografo aveva ritoccato la foto dove occorreva" e idem mia suocera eheheheh!
Anche io come Ciboulette sono curiosa riguardo alle tecnologie dell'epoca :)

Barbara ha detto...

Lavorando nel settore della comunicazione so bene che tutte le fotografie subicono un passaggio con Photoshop...e meno male devo dire!

Senza esagerazioni (?!) è uno strumento indispensabile.

L'ultima volta ho chiesto anch'io di "togliermi" un po' di ciccia, ma il grafico ne ha tolta pochissima...acc...!?@!?

enza ha detto...

aspetta: prima esulto perchè per la prima volta si è aperto il sito senza il messaggio di errore

poi..photoshop non è uno strumento di tortura nè la mano del diavolo è un mezzo per ottenere un risultato che però parte dal concetto di base.
da fotografa di interni umani (e da docente di fotografia di interni umani) mi occupo da un pò di pellicole.

il messaggio che cerco di lasciare ai miei studenti è che devi sempre perseguire il risultato ottimale già nel grezzo e che se i dati impostati nell'esame non sono corretti puoi variare l'immagine quanto ti pare ma non guadagnerai più di tanto.
il che equivale a ricercare una buona tecnica sempre, ad ogni scatto perchè ci sono correzioni che nemmeno un programma di ritocco può fare e in questo caso si tratta non solo di diagnostica per immagini (leggasi radiologia) ma anche di impiego diradiazioni ionizzanti con tutto quel che ne consegue.
insomma va benissimo e deve essere modificato il dato nativo ma tenendo presente che anche il dato grezzo ha la sua parte nel bilancio finale

Alessandro Guerani ha detto...

@Ciboulette

La tecnica a spiegare è semplice, a fare molto di meno. La carta di stampa è improssianibile dalla luce (come la pellicola) e la foto vi viene stampata "proiettata" dall'ingranditore. Sia per schiarire che scurire si usavano quindi delle maschere, cioè dei cartoncini ritagliati in mode che passasse la luce dove bisognava scurire e fosse bloccata dove bisognava schiarire. Ovviamente per il tempo necessario per raggiungere le percentuali indicate dal fotografo (come vedi nell'esempio di Avedon).

Se vuoi capire ancora meglio cercati il film "Cenerentola a Parigi" con Audrey Hepburn e Fred Astaire dove una scena è ambientata dentro una camera oscura "professionale" degli anni '50.

Alessandro Guerani ha detto...

@eli

Sapevano anche usare bene la luce, non sai quanto una luce ben fatta già risolva tanti problemi di "pelle". Poi si arrivava fino ad usare il pennello o l'aerografo sulle stampe.

Alessandro Guerani ha detto...

@barbara

Questi grafici infidi e non collaborativi tsk!

Alessandro Guerani ha detto...

@enza

Ho tolto praticamente tutto dalla pagina e messo nei menu perché sembra proprio che Microsoft e Google si facciano i dispettucci e ad Explorer non piacciono certi "widget" e altri elementi di Blogger.

Per il resto, ed è questo che poi proprio i "puristi" non capiscono, Photoshop o similari non riusciranno mai e poi mai a salvare una fotografia con una esposizione o col fuoco sbagliati oppure mossa. L'esposizione appunto si puà "migliorare" in alcuni punti esattamente come una volta in camera oscura (come appunto nell'esempio) ma se c'è solo "nero" o "bianco" hai voglia... il fuori fuoco o mosso sei fregato esattamente come una volta.

ALberto ha detto...

Verissimo. Come è vera anche la situazione opposta: scattare velocemente senza cura perché "Tanto in post-produzione sistemo tutto".
Come sempre contano le idee che ti portano a fotografare e la loro realizzazione finale. Il resto sono passaggi necessari per arrivare al risultato. Di per sè nè lo scatto perfetto in macchina nè il fotoritocco bastano a ottenere una buona foto, dipende tutto dall'idea iniziale.
Cito, come piccola provocazione ai "dopati di tecnica", una frase che ho appena letto sulla biografia/intervista di Giacomelli.
“Quando la macchina mi dà l’immagine che io voglio, potrei benissimo buttarla via, perché non ho nessun amore per il mezzo meccanico; questo anche se amo la mia macchina e so che, quando si romperà definitivamente, smetterò di fotografare. Sono sicuro che finirà così, perché io sono nato con lei e con lei voglio consumare quest’idea di una vita fuori dai soliti binari; quando mi accorgerò che la macchina si è rotta vorrà dire che si è rotto qualcosa in me.
Quindi, insomma, di tecnica non conosco niente. Io so che accade qualche cosa davanti ai miei occhi e qualcosa dentro di me, e non so come fermarla. So che mi hanno dato questa macchina fra le mani, con lei posso fermare questo qualcosa in un’immagine. Perché è così facile fotografare! Non c’è niente di difficile, basta non chiedersi troppe cose”.
MARIO GIACOMELLI, LA MIA VITA INTERA, a cura di Simona Guerra, Bruno Mondadori, 2008, pag 41

Luisa ha detto...

Sono capitata qui per caso e questo è il primo post che leggo, ma anche solo questo mi basta per farti una ola che non finisce più. Hai ragione su tutto.

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